Giardini segreti

  
Attraverso la pratica della consapevolezza del respiro e le tecniche di pranayama, possiamo svelare la scintilla di luce che è in noi

di Gioia Croci


Come, attraverso la pratica di consapevolezza del respiro e le tecniche di pranayama, possiamo svelare la scintilla di luce che è in noi.
«Tutto intorno a noi è instabile affinché possiamo amare e dedicarci alla ricerca di ciò che è stabile».
Ecco un concetto affascinante su cui riflettere, contenuto nell’appassionato Discorso di addio di Gregorio di Nazianzio, al momento di lasciare, nel 381, la diocesi di Costantinopoli di cui era vescovo.
Una delle più note immagini che ci provengono dalla tradizione orientale, è il famoso binomio Oceano-Onda: il senso di asmitha scompare mentre constatiamo che l’onda in sé non esiste, è solo parte di un “tutto” in movimento.
Potremmo definire instabili le onde? Gli attributi più appropriati sembrerebbero effimere, momentanee: si manifestano in tal modo perché questa è la loro “forma”, ma il movimento che le crea non fa parte della loro natura.
Se non ci fosse l’aria e quindi il vento ad accarezzarlo scivolando su di lui, il mare si abbandonerebbe alla forza di gravità e giacerebbe immobile, specchio del cielo.
E invece ecco gli oceani seguire un ritmo variabile e mutevole, riferibile all’intensità del soffio che spira dove, come e quando vuole. Uno degli innumerevoli ritmi
che rendono palpitante di vita l’intero universo
Anche il nostro corpo fisico, considerato come mirabile insieme di strutture portanti, organi, apparati e sofisticate funzioni, giacerebbe immobile se il “soffio” non lo animasse.
Ma nel nostro caso, non basta il fluire del “vento” sulla superficie della pelle che lo ricopre: quel soffio di vita dobbiamo procurarcelo, abbiamo bisogno che entri dentro di noi a nutrire, stimolare, vivificare fino all’ultima cellula di cui risultiamo composti.
È quello che accade nella funzione respiratoria. E, dunque, anche il respiro ha un suo peculiare e variabilissimo ritmo ... e il cuore, battendo instancabile e fedele, segue un ritmo… e i ritmi di entrambe le funzioni, respiratoria e cardiaca – così profondamente interrelate tra loro! – sono provvidenzialmente autonomi e involontari, possono e devono procedere in automatico per assicurare un livello minimo di sopravvivenza.
Ma se vogliamo VIVERE, allora entrano in campo l’attenzione, la consapevolezza, l’atto volontario. Portando l’attenzione al respiro e cercando solo di osservarlo, di comportarci come semplici testimoni – cosa questa solo apparentemente semplice e realizzabile – diamo inizio a un’avventura davvero speciale, capace di portarci all’interno di noi stessi, e non solo all’interno del corpo fisico, ma fino al piano energetico e addirittura mentale, a scoprire gli interiori “giardini segreti”.
Siamo giunti alle porte della scienza del Pranayama.
Gli strumenti indispensabili che ci serviranno all’inizio, sono la delicatezza nell’approccio alle varie tecniche e la pazienza nella progressione delle stesse. Sarebbe
assurdo e dannoso cimentarci con modelli respiratori e sospensioni prolungate se prima non siamo divenuti capaci di testimoniare in modo neutrale il fluire spontaneo del respiro.
Di osservare in silenzio e senza disturbare questo naturale passaggio dell’aria fuori e dentro di noi ….
Osservare senza disturbare, come possiamo sederci a valle e poggiare lo sguardo sulla cima della montagna.
E, se possiamo stare fermi, perché non provare a stare immobili?
Questa immobilità riguarda le instancabili e rumorose fluttuazioni del mentale.
Ci sono: è un’esperienza comune e affaticante!
E ci stremano, ci sottraggono energia con il loro sovrapporsi frenetico e disordinato.
Arrestare il loro movimento, è la definizione e il traguardo ultimo dello stato di yoga.
Ma come procedere? Sono inafferrabili.
La mente è inquieta, frammentata, agitata, confusa: se ci imponiamo di usare la forza otterremo con le vrtti l’effetto opposto.
Sarà un’esplosione di coriandoli ancor più numerosi!
Ci deve essere un’altra modalità per calmare la tempesta sul lago della mente.
C’è.
Si comincia assumendo una posizione seduta (fisica e non solo fisica …) che potremo mantenere piacevolmente e senza sforzo. Un asana che riguarda anche i kosha sottili.
Si dirige l’attenzione nella regione del naso, sul flusso del respiro. Si osserva quel luogo di frontiera che sono le narici: lì giunge l’aria “nuova”, che dall’esterno deve penetrare nei polmoni ...
Lì è il passaggio di uscita per l’aria “vecchia”, che ha ceduto tutto il suo prana nel contatto con la superficie vasta di migliaia e migliaia di alveoli … e si prepara a uscire con sacchi di scorie, tossine e cataboliti raccolti in tutto il corpo … Aria che esce purificandoci anche di tanta spazzatura mentale, pulendo i polmoni da ogni residuo
stagnante. Aria che entra, nutrendo a livello cellulare l’intero corpo fisico, rinnovando e aumentando le scorte energetiche, donandoci in definitiva la vita.
Sedere – anche interiormente – e osservare, tentando di non interferire, di non modificare nulla: è questo il punto di partenza di un percorso davvero appassionante e raro, qual è quello del pranayama.
Proseguendo per tappe successive, arriveremo a conoscere le qualità e le possibilità del nostro respiro, abitualmente inconsapevole, spezzato, breve e superficiale.
Ci avvicineremo a realtà sottili, normalmente sepolte nel buio della non-consapevolezza fino a entrare in quei “giardini segreti” in cui ogni ritenzione, ogni tecnica, ogni pausa diventa un fiore colorato, unico, profumato.


«È importante annaffiare i fiori della nostra vita
e non le erbacce e concentrarsi su quelle poche cose
che possono segnare una differenza positiva:
“Dove va la tua attenzione, là scorre energia.
Dove scorre energia, lì va la vita”».
(cit. da Brian Bacon)