Editoriale
Crescere nella Parola
Una riflessione sullo studio dei testi all’inizio di un nuovo anno yogico

di Eros Selvanizza


L’albero che perde le foglie, si dice, è come l’anziano che lascia intravedere il cielo, spogliato delle cose accumulate durante la vita. Viene spontaneo accostare questa immagine all’inizio della attività yogica annuale che coincide con l’avvento di una nuova stagione, l’autunno. Coloro che praticano Yoga, in particolare gli insegnanti, dovrebbero in loro stessi evocare una simile immagine ricordando che lo spogliarsi, abbandonando il superfluo, è la grande fatica di ogni sentiero evolutivo. Eppure la natura ce lo insegna in mille modi e ci invita a imitarla come fanno quei saggi “vestiti di cielo”, i digambara dell’India, che intendono la spoliazione esterna come simbolo di quella reale, interiore, nudità che lascia intravedere il cielo e una realtà nuova, celeste, libera dal dominio della materia. Il fondamento di ogni tradizione spirituale è costituito dai testi sacri. La Parola in essi contenuta non viene da considerazioni di ordine scientifico, filosofico o poetico, per quanto raffinate, ma da una dimensione trascendente. E, secondo la terminologia usata da padre Ernesto Balducci, essa si rivolge non all’homo aeditus, a colui che si manifesta esteriormente, ma all’homo asconditus, l’essere interiore che già contiene in sé quella realtà trascendente che la Parola, il testo sacro, non fa altro che risvegliare creando sottili risonanze. Una conferma la troviamo nella realtà degli ashram indiani, in cui possiamo cogliere regole diverse, talvolta apparentemente in contrasto. Eppure vi sono punti comuni, come la verticalità della postura meditativa yogica, e l’importanza dei testi sacri. Se pensiamo ai santi, mistici, yogi e realizzati di Oriente e Occidente vediamo che la loro vita è imperniata sul riferimento continuo al testo. Occorre però seguire in pieno il loro esempio, e quindi spogliare la scrittura dal fogliame intellettualistico di cui è stata permeata, evitare la trappola speculativa, perché la scrittura non è per la mente. In tutti i grandi uomini spirituali che hanno tenuto fede ai testi osserviamo infatti un forte potere anche in campo pratico. E allora si tratta di fare come con il cibo: lasciamo che esso ci nutra senza ragionarvi intorno. Allo stesso modo dovremmo atteggiarci verso il cibo spirituale che è la Parola divina nelle varie tradizioni. È questa la grande sfida del nostro tempo storico impregnato di tecnicismo e scientificità: lasciare che la parola ci nutra e accoglierla con una dote che per un insegnante di Yoga resta fondamentale, l’umiltà. Prendendo spunto da questo numero di “Yoga” che è un omaggio alla Devi, alla Dea Madre, potremmo riferirci anche all’esempio cristiano di Maria la quale ascoltava la Parola e la meditava lasciando che purificasse la sua essenza, che agisse e realizzasse in se stessa il programma che la Parola veniva ad attuare. Attraverso la meditazione yogica, non di tipo speculativo e razionale, affrontata in massima umiltà, la Parola si incarna nell’individuo e diviene operativa. Il terreno deve lasciarsi penetrare dall’acqua perché dia frutto e la Parola è l’acqua che feconda la nostra vita.


Ritratto, a matita e a parole, di Annick De Souzenelle
Il sorriso della sfinge

di Egildo Simeone

Da più di vent’anni provo a leggere la Bibbia, che un santo mi ha fatto scoprire e amare…ma vuoi per la mia dura cervice e per la mia poca spiritualità, faccio ancora fatica, e in moltissimi passi non ci ho mai capito niente. Mi ha rincuorato il fatto che anche molti sacerdoti e biblisti, non hanno saputo darmi spiegazioni esaustive; come nel brano in cui Giacobbe lotta tutta la notte con un personaggio misterioso e viene ferito all’anca, o sul perché Esaù perde le primogenitura…e che dire della costola di Adamo…l’elenco non finirebbe più. Un giorno a Milano cercando testi di Panikkar, mi imbatto in un libro intervista: “Nel cuore del corpo la parola” di Annick de Souzenelle. “Il corpo, luogo del compimento interiore, è lo spazio ove si può udire e comprendere la parola che discende per farsi carne”. Resto folgorato, sto una mezz’ora in piedi a leggere qua e là il libro. L’autrice, sicuramente una illuminata, parla anche della mitologia greca, che per me altro non era che un insieme di favole incomprensibili e strane, come portatrice del Verbo divino. Nei suoi libri, ogni mito, ogni scrittura, coinvolge totalmente ciascuno di noi e lo riconduce dentro di sé. L’accostamento alle Upanishad mi viene spontaneo. “Abramo…esci dalla tua terra e va verso di te!”. Alcuni giorni dopo compro “Il simbolismo del corpo umano”, dove la struttura del corpo secondo il disegno dell’albero delle Sefirot è così vicino ai chakra dello Yoga. Ci sono spesso riferimenti allo Yoga e all’India che l’autrice ama particolarmente: “Il libro dell’Esodo (13, 21-22) che racconta la marcia del popolo di’Israele attraverso il deserto, introduce un terzo simbolo significante la colonna vertebrale dell’umanità: la ‘colonna di nube che guidava il popolo durante il giorno’ si faceva ‘colonna di fuoco per illuminare la notte’. Dio (rappresentato dal tetragramma yod-he-waw-he) era questa colonna. Nell’oscurità del luogo deserto, che è il nostro transito terrestre, la colonna vertebrale è la guida luminosa di colui che sa vedere. Essa è lo strumento di colui che sa operare. Essa è il cammino di colui che può salire. In India la spina dorsale è chiamata Brahamadanda o “bastone di Brahma”. Lungo questo bastone si compie la risalita lenta di kundalini, il serpente di fuoco. Nei misteri cristiani il Figlio di Dio discende, il Figlio dell’Uomo s’innalza. Questa realtà è vissuta nel cristianesimo sul piano della Persona Divina che si lascia prendere nella storia per elevare l’uomo alla sua deificazione. Nell’induismo è vissuta sul piano dello spirito che si lascia catturare nel corpo per portarlo ad aprire lungo la colonna vertebrale i chakra, centri di forze. Queste forze liberate, si riversano nell’essere al fine di portarlo per gradi successivi a partecipare pienamente dell’energia divina”. Questa donna speciale, attraverso l’alfabeto ebraico, la numerologia della Cabbalà e la conoscenza del cristianesimo orientale ortodosso, svela come per incanto, tutti i misteri di questa “umanità zoppa”, per ritornare a Giacobbe che non lotta ma “danza”: “Si tratta della danza dell’uomo con se stesso, in quanto la sua vita è la danza del suo incontro con Dio. Danza notturna delle profondità, danza dolorosa, che ferisce col suo necessario sradicamento, e che lo lascia zoppo!…Solo sposando il potenziale di energie nascoste nel suo femminile, l’uomo può poco a poco acquisire la sua verticalizzazione!”. Ho comprato tutti i libri della Souzenelle, altri ne ho regalati, ho anche spedito fotocopie ad amici in diverse parti d’Italia, e tutti mi hanno ringraziato, stupiti e ammirati da questa autrice di oltre settant’anni che vive in Francia…troppo lontano per poterla conoscere, ahimè! Poi nel mese di giugno, un’amica mi viene incontro sorridente con un volantino in mano. Annick de Souzenelle tiene una conferenza il 3 luglio presso il convento dell’Annunziata a Rovato (Bs). Non ci posso credere…mi organizzo con Daniele e Susi per questo incontro. Partiamo come rappresentanti della FIY, Daniele mi consiglia di farle un ritratto, per poter poi parlare con lei e magari invitarla all’incontro nazionale. La sera del 3 luglio siamo nella bellissima chiesa dell’Annunziata, stipata di gente, e mi ritrovo in prima fila con fogli e matite. Annick è una nonna con i capelli bianchi, non è bella, però quando sorride è una dea; e un paio di volte, con mia enorme gioia, mi ha sorriso, quando ha capito che stavo ritraendola. Ha parlato un’oretta, ma intensamente, sarei rimasto tutta la notte ad ascoltarla, la traduzione non era troppo felice…i ritratti faticavano ad uscire, non c’era una buona luce; poi l’intuizione di un profilo sfinge e di un Minotauro ferito alle sue spalle a avuto il successo sperato. Rideva di gioia nell’osservarsi e dopo averle donato i disegni, ha fatto una dedica per la FIY e chissà, se Dio vuole, riusciremo ad averla come ospite al prossimo incontro nazionale, magari assieme al grande Raimon Panikkar…sarà molto difficile ma si può sperare e se ciò non accadesse abbiamo sempre a disposizione i loro scritti illuminanti e la loro presenza spirituale.

Una regola per il Samadhi
La sanscritista inglese Ann Glazier sottolinea l’aspetto pratico degli Yoga Sutra di Patanjali e l’importanza della relazione maestro-discepolo per comprendere un testo coinciso e talvolta oscuro

di Daniele Belloni

Che insegni sanscrito o filosofia indiana, Ann Glazier riesce a trasmettere la stessa gioia che lei prova. Eppure nei gesti misurati, nel tono sommesso, pare mostrare la parabola di una inglese d’altri tempi, transitata dall’Università di Londra alle rive al Gange per chissà quale misterioso moto dell’anima. È riservata, certo, ma poi sorride. Nello sguardo ha profondità inusitate, e bagliori di una rigorosa disciplina, ma anche allegria, e qualcosa canta in lei. Siede stabilmente, ma senza sforzo, pare aver trovato il segreto che traccia la linea mediana di ogni cosa. Un pomeriggio di febbraio su una terrazza dello Swami Rama Ashram, a Rishikesh, un mare multicolore di fiori sotto a noi e, oltre l’argine assolato, la maestà del fiume che per milioni di indù è una madre e una maestra, le abbiamo chiesto di spiegarci le linee fondamentali degli Yoga Sutra. L’opera di Patanjali appare come una straordinaria architettura dello spirito umano. Non ti stancheresti mai di girarvi attorno, godendone la vista perimetrale e il complesso gioco di volumi e decorazioni delle mura esterne. Eppure, rimanendo in metafora, qualcuno ha costruito l’edificio perché altri vi abitassero. Cioè facessero l’esperienza di ciò che i Sutra delineano come obiettivo del percorso: il samadhi. Si tratta perciò di un testo con evidenti finalità pratiche che in Occidente ha subito di frequente una sorta di rielaborazione intellettuale da parte di studiosi e traduttori. Eppure, sostiene Ann Glazier, “si conosce questo testo quando si è in grado di metterlo in pratica”. Ciò che Patanjali volle descrivere attraverso la sua opera è un percorso ben codificato di ascesi che poco lascia al pensiero astratto: “In India gli Yoga Sutra non sono mai stati intesi come testo da studiare a livello intellettuale” ribadisce la Glazier. “Si tratta di un complesso di regole per la vita quotidiana che potrebbe essere paragonato alla regola di San Benedetto. Ogni religione, ogni cammino spirituale, propone il suo percorso pratico. Per lo Yoga è quello descritto negli Yoga Sutra”.
Esiste dunque un malinteso in Occidente sulla natura degli Yoga Sutra?
Gli studiosi hanno sempre saputo che l’opera di Patanjali illustra un complesso di pratiche, che però essi non conoscono. Nel momento in cui, a livello accademico, si cerca di comprenderle, gli Yoga Sutra vengono trasformati in uno studio intellettuale e così nascono le ipotesi sulla natura delle pratiche yogiche. Purtroppo le università oggigiorno non sono luoghi di pratica, ma ambiti dove si studia per realizzare le traduzioni dei testi e le migliori edizioni. Eppure anche i termini più eminentemente filosofici presenti nei Sutra (come “Yoga”, ad esempio) vengono definiti in termini pratici, secondo lo stile classico della filosofia indiana. E non si tratta mai di pura informazione, ma di notazioni relative alle esperienze che il praticante compie progredendo nello Yoga. Comunque non sarò certo io a denigrare il lavoro accademico e non dirò mai: se sei un praticante di Yoga, un meditatore, tralascia lo studio intellettuale. Teniamo presente che tutti i testi sanscriti sono giunti in Occidente proprio grazie al lavoro degli studiosi; personalmente provo grande rispetto e gratitudine per loro. Raccogliere manoscritti è un lavoro difficile che richiede lunghi tempi di ricerche. A me sono serviti otto anni per ottenere i testi sui quali sto lavorando attualmente. E poi gli studiosi sono consapevoli di non sapere. Sanno che senza un insegnante esperto che ti guidi nella pratica, gli Yoga Sutra si trasformano in uno studio puramente intellettuale.
Quali sono i principali ostacoli nella traduzione degli Yoga Sutra?
Quelli che si prospettano nella traduzione di qualsiasi testo sanscrito: per ogni termine sanscrito vi sono colonne e colonne di significati corrispondenti sui dizionari. La vera conoscenza sta proprio nel saper scegliere il termine che traduce correttamente l’originale. E spesso vi sono più possibilità di scelta: due, tre, o moltissime. Per giungere a questo genere di conoscenza è necessario essere inseriti in un lignaggio dove il sapere viene tramandato da maestro a discepolo. Al di fuori di questo contesto, uno studioso può di certo compiere una traduzione che sia ragionevolmente logica, ma perde i significati più sottili del testo, quelli legati alla pratica. Inoltre una traduzione accademica, con molte note a piè di pagina, può risultare noiosa, mentre una traduzione troppo semplicistica, con una significato solo per ogni temine sanscrito, rischia di perdere completamente il messaggio reale del testo. Quindi nello studio degli Yoga Sutra è assolutamente necessario essere guidati da un insegnante che conosce il testo e le sue applicazioni pratiche. Solo così puoi iniziare a comprendere veramente.
Qual è il modo migliore in cui un principiante può iniziare lo studio degli Yoga Sutra?
Assicurarsi che il proprio insegnante appartenga ad un lignaggio, a una tradizione. Informarsi sul suo percorso di studio, su chi fosse il suo insegnante e l’insegnante del suo insegnante. A mio parere un allievo è assolutamente autorizzato a fare domande di questo tipo. Dopodiché si studia e si praticano i sutra. Non puoi andare di ashram in ashram cogliendo un pezzetto di significato qui e un pezzetto là. Alcuni swami e insegnanti lo fanno, ma non è questa la via migliore per giungere alla conoscenza. Perciò non vedo proprio alcuna possibilità di comprendere i Sutra fuori da una tradizione: è qualcosa che ti deve essere insegnato da un guru.
E come si riconosce un vero guru?
Dal fatto che parla sempre del suo maestro. Sa quanto ha ricevuto da lui, quando dipenda da lui. Bisogna sospettare di quegli insegnanti che continuano a ripetere “io, io, io”. La cosa più importante è questa: quando l’allievo è pronto, il maestro arriva. Non si tratta di una bella favola, qui il mito diventa realtà. Ed è il maestro che trova l’allievo, non il contrario, perché il maestro è in cerca di allievi.
È possibile studiare gli Yoga Sutra senza sapere una sola parola di Sanscrito?
Sì. Se poi si desidera entrare nel dettaglio del testo, allora una conoscenza del sanscrito, anche minima, può essere d’aiuto. Ma si tratta sempre di informazioni a livello intellettuale, ciò che rimane fondamentale è la pratica.
Il termine vajragya (distacco) viene frequentemente malinteso in Occidente. Qual è il suo vero significato alla luce degli Yoga Sutra?
Lo stesso significato che ha nella Bhagavad Gita e negli altri testi. Se compi un’azione per uno scopo sei destinato a raccoglierne i frutti. L’uomo deve agire, è nella sua natura. Anche dormire è un atto: si sceglie di dormire e perciò inevitabilmente questa azione produrrà frutti. Occorre coltivare l’arte della rinuncia ai frutti dell’azione sino a che divenga un’abitudine. Raccogliere i frutti dell’azione alimenta l’ego e blocca il percorso spirituale. La rinuncia libera dai legami del karma.

C’è un sutra che ritiene particolarmente significativo o che preferisce, magari solo per la sonorità sanscrita?
Tutti i 196 sutra vanno presi assieme, evitando la tendenza tipica dell’Occidente che analizza separatamente gli elementi di un contesto e poi non sa come ricomporre la globalità. Ogni sutra è legato a tutti gli altri, e se uno di questi inizia a illuminarsi di una piccola luce nella nostra comprensione, contemporaneamente anche a tutti gli altri sutra emetteranno la stessa piccola luce.
È importante approfondire la conoscenza del Samkhya per comprendere meglio i Sutra?
Assolutamente sì. Come si evince dal capitolo IV della Bhagavad Gita, Samkhya e Yoga sono una cosa unica e perciò hai bisogno di entrambi. Quindi il tempo dedicato allo studio del Samkhya sarebbe di certo ben speso, sia per approfondire la conoscenza dell’opera di Patanjali, sia in per lo studio del pensiero indiano in generale. C’è una parte del Samkhya, infatti, che è propedeutica a tutti i sistemi della filosofia dell’India.


Chi è Ann Glazier

Studi in sanscrito e filosofia indiana alla School of Oriental and African Studies della London University; Ann Glazier ha insegnato Sanscrito presso lo stesso ateneo londinese e ha condotto gruppi di meditazione per praticanti di tutte le tradizioni. Iniziata nella tradizione Advaita Vedanta in 1962, ha successivamente incontrato Swami Veda Bharati e la tradizione himalayana. Discepola di Swami Veda Bharati, con cui collabora nella raccolta e traduzione di testi, è membro del Sadhana Mandir Ashram, a Rishikesh, dove passa sei mesi all’anno. Quando non è a Rishikesh, gira il mondo per insegnare sanscrito e filosofia indiana.